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Il Riscatto di Zermatt: la Coppa del Mondo punta sul Gornergrat. Perché il sogno del 2028 questa volta è credibile?

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Dopo il “clamoroso flop delle otto gare cancellate sulla Gran Becca”, la località svizzera cambia radicalmente strategia: tracciato interamente elvetico, budget da 13 milioni di franchi e una collocazione a marzo per evitare le trappole del meteo autunnale.

Zermatt ci riprova, ma cancella il passato. La Coppa del Mondo di sci alpino potrebbe presto tornare a ruggire sotto l’ombra del Cervino, ma dimenticate i fasti e i controversi proclami che avevano accompagnato la nascita della Gran Becca. Questa volta l’approccio è radicalmente diverso, improntato al pragmatismo e alla sostenibilità tecnica.

L’obiettivo dichiarato è marzo 2028, e il teatro della sfida sarà una pista completamente nuova situata nella spettacolare zona del Gornergrat, un’area interamente inserita nel territorio svizzero e posizionata in una finestra di calendario decisamente più favorevole. Per gli appassionati e gli atleti italiani, la notizia si traduce in due stimoli concreti. Il primo è prettamente agonistico: dopo l’incredibile record negativo di otto gare programmate e mai disputate tra il 2022 e il 2023 a causa del maltempo, il circuito tenta di recuperare una perla alpina riducendone i punti deboli storici. Il secondo è un fattore di vicinanza e tradizione: il Gornergrat è una meta iconica e ben nota ai frequentatori della montagna, e veder nascere qui un tracciato da subitanea leggenda significa prefigurarsi un teatro tecnico e visivo senza precedenti in Europa.

Il cambio di rotta dopo il caso Gran Becca La virata strategica verso il Gornergrat poggia su considerazioni meteorologiche e logistiche insindacabili. Il vecchio format transfrontaliero italo-svizzero, pur vantando un impatto scenografico impareggiabile, ha mostrato tutta la sua fragilità nel battesimo autunnale di inizio stagione. Nel 2022 la mancanza di neve e le temperature miti nella parte bassa cancellarono i sogni di gloria delle discese; nel 2023, al contrario, nevicate record, visibilità azzerata e raffiche di vento incessanti congelarono i cancelletti di partenza. Un bilancio fallimentare che ha imposto un cambio di paradigma totale.

Spostare l’evento nella seconda metà di marzo non elimina la variabile meteo – un’incognita intrinseca nelle discipline veloci – ma garantisce statisticamente maggiore stabilità termica e un innevamento consolidato lungo l’intera tratta. Inoltre, la scelta di correre esclusivamente su territorio elvetico abbatte i colli di bottiglia burocratici e organizzativi legati alle gestioni cross-border. Il piano prevede l’adeguamento di un tracciato pubblico già esistente per una lunghezza complessiva di circa 3,2 chilometri, sostenuto da un investimento stimato in 13 milioni di franchi svizzeri. I disegnatori del layout portano firme d’eccellenza: Didier Défago e Pirmin Zurbriggen, nomi che mettono al primo posto la credibilità agonistica rispetto alla mera cartolina promozionale.

Sul fronte politico locale, un passo fondamentale è già stato compiuto: l’assemblea comunale dei residenti di Zermatt ha formalmente approvato il progetto nel giugno 2026. Resta tuttavia sensibile il tema dell’impatto ambientale, legato in particolare al pianificato disboscamento di circa 8.300 metri quadrati di superficie forestale, un nodo che richiederà una gestione trasparente in un’epoca in cui le nuove piste vengono giudicate severamente anche per la loro impronta ecologica.

Un accordo quadro siglato nel 2025 tra la località, Swiss-Ski e la FIS delinea l’orizzonte futuro: due discese maschili all’anno dal 2028 al 2034. Tuttavia, l’inserimento nel calendario provvisorio è subordinato a un rigido cronoprogramma e alla cruciale omologazione finale della pista.

Il percorso ipotizzato è serrato: conclusione dei cantieri nell’autunno 2027, primi test a gennaio 2028 e una gara di Coppa Europa a febbraio come test-event ufficiale. Ciononostante, nei corridoi della FIS regna la massima prudenza: parte della dirigenza preferirebbe posticipare il debutto al 2029 per blindare ogni dettaglio ed evitare un secondo passo falso mediatico.

Il 2028 resta dunque un un traguardo ambizioso e, per la prima volta, basato su fondamenta solide.

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